L'UNIONE SARDA
La testimonianza del dirigente di An colpito alla nascita da una paresi spastica

Carmelo Porcu:
"Racconto la mia vita di disabile felice"

LA STORIA
"Sono nato nel'54 a Orune dopo una gravidanza con scarsissime probabilità di successo, ed eccomi qua"

Dal nostro inviato:
MARIA PAOLA MASALA

Sassari. Parla al plurale, Carmelo Porcu, ma nel suo appassionato intervento nell'aula magna dell'Università centrale di Sassari, non c'è alcuna tentazione papalina. C'è fortissimo, il senso di appartenenza a un mondo, quello dell'handicap, fatto di solidarietà e di conquiste. Il coordinatore regionale di Alleanza nazionale prende la parola dopo Giuliano Ferrara (e già questo potrebbe essere in sè un handicap) ma premette che non dedicherà troppo spazio alla legge 40. Parlerà piuttosto di qualcosa che lo riguarda da vicino. "Nel'98, quando ero componente della commissione sanità della Camera, il mio atteggiamento verso la procreazione assistita era di totale chiusura. Ero convinto che se una coppia era infertile tale dovesse restare. Poi ci dissero che il problema esisteva, che una normativa era necessaria e che una legge non perfetta era meglio di nessuna legge. Come cittadino legislatore mi sono adeguato. Oggi difendo la 40. E mi batto contro il relativismo imperante che mette in discussione il diritto alla vita".

E qui comincia il noi, il momento più intenso e vero del suo incontro col pubblico sassarese. Comincia, per il leader di An, il racconto di una generazione di disabili che ha avuto l'avventura umana di percorrere strade impossibili. "Quando ero piccolino c'era

la vergogna della disabilità, i figli come me si nascondevano in casa. Crescendo, se uscivamo da soli per strada, sentivamo la pesantezza di quegli sguardi. Poi la scuola, l'università, il lavoro, l'impegno politico ha dato forza al nostro impegno, siamo riusciti ad ottenere diritto di cittadinanza". "Avanguardista di una rivoluzione sociale", si definisce con autorità l'onorevole Porcu, e subito dopo riparte da sè, da quegli anni adolescenziali e giovanili passati in istituto, "qui vicino, a Sassari, tra gente come me e altri allo stato vegetativo. Quante Terri Schiavo ho visto, e non sono sicuro che nei loro occhi non ci fosse un barlume di vita e forse anche di felicità". Racconta di quando vide la luce, a Orune, nel 1954, "anni da Banditi ad Orgosolo", spiega divertito rivolto a Ferrara. "Sono stato una gravidanza presa alla leggera". Arrivato in casa dopo parecchi aborti spontanei, considerato morto prima di nascere, nato all'ottavo mese, senza assistenza medica, solo grazie a una levatrice che non fu in grado di evitargli un terribile trauma. "Mi diede alle donne di casa, e loro erano spaventate. Somigliavo al feto abortito di un agnellino, non sapevano se ero vivo o morto. Allora a turno, una dopo l'altra infilarono un dito nella mia bocca per vedere se succhiavo. Vivu este! È vivo; è vivo. In quel momento venni accettato in famiglia con tutto l'amore." Sorride soddisfatto e commosso, Porcu, e la platea è tutta per lui. Si alzano tutti in piedi, nell'aula magna dell'università sassarese, e lo applaudono a lungo. Applaudono la verità della sua testimonianza (questa si al di sopra di ogni possibile relativismo). Hanno la tentazione di applaudire anche i giornalisti, anche quelli che non condividono le sue idee politiche, anche quelli che sono dalla parte della Legge 40. E questo nonostante una nota che suona stonata. "Quando ero piccolo e mamma mi doveva prendere in braccio perchè non camminavo la gente la guardava con pietà. Oggi non è più così", dice Porcu a un certo punto del suo intervento. Ha ragione. Ti aspetti che dica che oggi dell'handicap non ci si vergogna più, vivaddio, ma non è così. "Oggi le mamme come la mia sono sgridate, si sentono dire che non dovevano mettere al mondo figli malati". Può darsi, gli stupidi non mancano mai, ma davvero possiamo negare che società civile ha fatto passi avanti nei cinquant'anni di vita dell'onorevole Porcu e nostri? Che oggi, pur con il persistere di barriere di tutti i generi, un disabile non deve più nascondersi? Davvero possiamo pensare (e qui si torna alla legge 40, a Fratello embrione e a sorella verità) che gli uomini e le donne che aspirano a mettere al mondo un figlio sano sono degli egoismi e non più semplicemente genitori che si interrogano sul dolore, sulla sofferenza, sulle difficoltà che i loro figli potranno affrontare, se saranno "diversi"?